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La maratona fra Occidente ed Oriente

 

Nella tradizione occidentale, l’origine della maratona è legata al noto episodio dell’eroe greco Filippide che secondo lo storico Erodoto corse per 42,195 kilometri da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria ateniese sui persiani nella battaglia di Maratona del 490 a.C., morendo stremato per la fatica ed affidando al suo ultimo respiro il messaggio: “nenikèkamen”, «siamo vittoriosi».

Questa disciplina sportiva, oltre ad una adeguata preparazione fisica, richiede soprattutto un particolare allenamento mentale che produce nell’atleta quella capacità di tenuta fisica e psicologica sulla lunga distanza, per cui si afferma in genere che “l’autentico maratoneta si riconosce all’ultimo chilometro”.

Dallo sport alla vita, questa massima assume rilevanza filosofica; una rilevanza che ha trovato significativo sviluppo nella pratica giapponese del Kaihōgyō (回峰行).

Fra le diverse pratiche ascetiche giapponesi note in Occidente raramente si trova citata questa antica disciplina praticata dai monaci della scuola buddista Tendai del monastero Enryaku-ji (延暦寺 Enryaku-ji) sul Monte Hiei, nei dintorni di Kyoto, forse più noti nella pubblicistica occidentale come “i monaci maratoneti del Monte Hiei”.

Analogamente a quanto prevedevano le pratiche ascetiche dei monaci itineranti della tradizione cristiano-ortodossa – descritta nei memorabili “Racconti di un pellegrino russo” – la disciplina del Kaihōgyō comporta di precorrere a piedi un particolare itinerario intorno al Monte Hiei recitando preghiere in determinati templi ed altri luoghi sacri che si incontrano lungo il cammino.

L’intera pratica si completa in sette anni, unitamente alle altre esperienze della vita dei monaci buddisti, quali la meditazione, la calligrafia e lo svolgimento degli altri adempimenti connessi alla vita del monastero.